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Patate blu

Submitted by Pimpinella on Sab, 26/09/2009 - 13:37
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Patata blu

coltivata in Trentino in piccoli appezzamenti, spesso orti familiari,in quel di Vezzano, Margone, Fravegio, Cavedine, Lasino e in altre località della Valle dei Laghi. E’ una patata a prima vista normalissima. Potrebbe essere una Majestic o una Spunta, una Bea, Lisetta o altra delle numerose varietà di patate coltivate in Trentino. Straordinario è invece il colore della sua polpa: un blu marino più o meno marcato. Qui non ne conoscono il nome, ma la chiamano appunto la “Patata Blu”. La coltiva e ne conosce bene le caratteristiche il signor Albino Bressan di Margone che pare essere stato il primo a coltivarla nel suo campo fin da primi anni ’90. Bressan dice che le prime patate gli sono state portate dalla Svizzera dalla sorella che là lavorava in una fabbrica di orologi.

E’ una varietà che ama crescere e “lavorare” nel terreno tendenzialmente umido. Va seminata precocemente, già a marzo, in quanto ha una emergenza piuttosto lenta. Ha una fioritura spettacolare resa ancora più bella dal colore dei suoi fiori, che contrariamente a quasi tutte le altre varietà di patata, sono di un rosa delicato. Dalla Valle di Cavedine la patata blu in pochi anni ha conquistato terreno espandendosi, inizialmente a titolo di curiosità, in tutta la Valle del Sarca e fuori.

L’abbiamo vista la patata blu: è di media grossezza, molto produttiva, resiste alle malattie. In cucina la qualità è buona e tiene la fetta. Per il suo colore blu inizialmente il tubero prendeva per lo più la via dell’alimentazione animale(conigli e pastoni per polli galline ovaiole). Oggi è invece stata scoperta come base per i piatti della grande ristorazione.

Ad utilizzarla per primo è stato il titolare del ristorante “Fior d roccia” di Vezzano, Walter Miori, che ha avuto modo di presentare il tubero blu di Margone perfino in alcune trasmissioni televisive a cavallo del 2000. Miori ha elaborato alcuni piatti sfiziosi.

Lessata e tagliata a fette la patata blu fa da contorno ad un piatto di baccalà cotto al vapore e condito con olio extra vergine DOP del Garda, sale, pepe e qualche oliva nera.

Decisamente curioso e intrigante il piatto di purè che ne conserva il suo colore originario. La patata blu, fatta cuocere nel forno o friggere perde il colore e diventa mattone.

Ma il piatto principe dello chef del Fior di roccia è la patata blu, lessata, parzialmente svuotata a farne una scodelletta, riempita di “formai mizz” reso più morbido da un poco di mascarpone. E’ una chicca culinaria da fine pasto.

Questa varietà di patata meriterebbe quindi di essere maggiormente diffusa, coltivata e valorizzata per andare ad arricchire ancora di più il già ampio ventaglio delle specialità gastronomiche che il Trentino offre a quanti ne frequentano il so territorio.

http://www.asterisconet.it/news.php?n=3706

Genoma del tartufo nero

Submitted by Pimpinella on Sab, 28/04/2007 - 21:34
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Tartufi<br />

Giovedì 26 aprile, alle ore 11.00, presso l’Aula Magna del Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Torino (Viale Mattioli 25) è stato lanciato un innovativo progetto di sequenziamento del genoma del tartufo nero dal titolo “Genome sequencing of the black truffle Tuber melanosporum” che vede coinvolti ricercatori dell’Istituto per la protezione delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche di Torino (Ipp-Cnr) e dell'Ateneo torinese, con il supporto di Compagnia di San Paolo Regione Piemonte.Come si forma questo fungo pregiato? Come valorizzare e proteggere i siti naturali in cui viene prodotto? Studiare i geni dei funghi avrà ricadute positive sullo studio del genoma umano?
Il progetto offre un eccellente esempio di indagine innovativa che - partendo dalla ricerca di base di qualità - va incontro a richieste del territorio e al crescente interesse per i genomi dei funghi micorrizici da parte di ecologi, ambientalisti, biologi e genetisti (per l’utilizzo come biofertilizzatori) e del mercato, dove il tartufo rappresenta un vero cult-food. Il progetto di sequenziamento consentirà sicuramente di ottenere strumenti operativi al fine di valorizzare il capitale tartufo, salvaguardarlo, conservarlo e favorirne le condizioni di produzione.

“Negli ultimi 15 anni la biologia molecolare ha dato nuovo impulso agli studi sui Tuber, che da un punto di visto biologico sono funghi ipogei, appartengono al gruppo degli ascomiceti e formano una simbiosi micorrizica in cui la pianta ospite fornisce al fungo gli zuccheri sintetizzati ed il fungo rilascia preziosi elementi minerali, tra cui fosforo ed azoto”, spiega la prof.ssa Paola Bonfante dell’(Ipp-Cnr). “Le attuali tecnologie, basate sullo studio del Dna dei tartufi, hanno fornito soluzioni a problemi più facili da un punto di vista sperimentale, come la loro corretta identificazione, la distribuzione geografica o la variabilità, ma non hanno risposto alla domanda cruciale: i tartufi come si formano?”Read more

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